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February 24 Controllato il gas?Ho sceso le scale. Stavo inciampando sull'ultimo gradino. Ho annaspato aggrappandomi alla balaustra, con un urletto soffocato.
Sono distratta.
Ho messo a posto le pantofole. Le scarpe le metterò dopo, resto scalza sul tappeto del salotto. Dico sempre alle mie figlie di non girare per casa a piedi nudi e poi faccio come loro, quando non mi vedono.
Mi sono avvicinata alla libreria in legno, quella con tanti cassetti scovata dall'antiquario che voleva venderla per centoeuro. Ora che l'ho lucidato, ripulito da tarme e crepe ne vale sicuramente di più.
Ho aperto il primo cassettino, una vampata di lavanda mi ha colta impreparata. Lavanda. Il mio profumo preferito.
Ho lasciato dentro la fede. Dorata, lucida, da cui non mi separo da vent'anni e più, la lascio lì perchè dove vado non serve e poi...Meglio di no.
Tremo. Non mi sono accorta di tremare.
"Andiamo?"
Che spavento. Non mi ero accorta che era dietro di me. Avrà visto la mia mano che non stava ferma? No. Non credo.
"Sì."
Prendo la giacca. Pesante. Potrei avere freddo, meglio equipaggiarsi. E poi è sempre febbraio, mica il quindicid'agosto.
"Preso tutto?"
Mi guardo attorno. Sì preso tutto.
"Tu? Controllato il gas?"
E pensa a quante volte l'avrai chiesto per un giorno come questo
dove è tardi ma non fa niente ti avvicini lentamente
poi mi prendi per la mano ed insieme non sappiamo dove andare non sappiamo come fare non sappiamo dove andare non sappiamo come fare February 22 Lacca al pavimentoHo fatto cadere il boccettino di smalto rosso. Si è infranto con un sonoro crac sanguinando, perdendo il suo contenuto brillante e laccato. Si è rovesciato sulla mattonella di cotto arancione.
Mi domando cosa si prova. A rompersi, a infrangere il proprio corpo, il cervello, le mani che si attorcigliano rigide attorno a un'arma, a se stessi, all'aria.
Forse entreremo un pò tutti nella metro di Warwick Avenue trovando, non dico risposte, ma meno domande. Un musicista. Una striscia gialla che esce alla luce.
Che sarò tra due anni? A chi starò stringendo la mano?
Quanto avrò paura?
Ma già domani, sulla strada, troveremo briciole per non perderci?
libero libero davvero non per fare il duro
libero dalla paura del futuro
libero perchè ognuno è libero di andare
libero da una storia che è finita male
e da uomo libero ricominciare
February 21 Per quando ritroverò il tempo persoSono nella camera più blu mai vista. Mi sconfigge l'iride, così tanto elettrico blu.
Ho detto alla penna scrivi, ieri sera. Ero lì che la fissavo e ho proprio detto alla penna scrivi. Non si è mossa, certo, ma ho come avuto l'impressione che un qualche accenno verso il foglio bianco l'abbia avuto. Come se avesse risposto "ok".
Fogli bianchi. Cazzo, ne ho moltissimi. Me lo dicevi ogni volta di evitare di strappare dai quaderni così tanti agglomerati di carta a righe a quadretti però, eh, però come facevo? C'è sempre stato qualcosa che mi ha legato saldamente e, forse?, morbosamente alla carta. Anche solo la parola carta. Una parola bellissima, che sa di ruvido, di giallognolo, di polvere. Di tatto.
Ho scritto due-tre cose, tanto per buttar giù la delusione di non avere più nulla da dire, nulla di interessante dico, di decente. Sai che bisogna sempre essere brillanti, altrimenti, dico, stai zitto. Non scrivere. Se devi essere banale lascia stare.
Carta.
Davvero, è come quando senti, dentro il tuo stomaco, che quella determinata parola non può che calzare a pennello con quel determinato oggetto e ti viene, qualche volta, di ringraziare chi l'ha associata a quella cosa. Quel tizio che una mattina si è alzato, ha pensato "e questa cos'è?". Poi, l'hai visto, lampo di genio nell'occhio e ha pensato che carta fosse giusto. Adatto ecco. Un termine sufficientemente screpolato per qualcosa che, basta un gesto, e si accartoccia e fa rumore e si bagna.
Dicevo che la penna comunque era lì. Non collaborava. Venticinque fogli bianchi, nessuna buona idea, il telefono spento.
Sempre spento. Tanto non c'è nessuno che mi cerca.
Non chiedo nulla, cazzo, ma un pensiero. Se il cellulare è morto anche tu sei morto. O no? E' che a me mi pare proprio così.
Potrei scrivere questo. Che voglio sentirmi triste, qui, solo, chiuso nella camera più blu che abbia mai visto, una cazzutissima cameretta blu che neanche in un motel marittimo. Motivo per cui sono qui ignoto. Ignoro meglio. L'odore è di naftalina. Come se la stanza dovesse scomparirmi sotto gli occhi mangiata dalle tarme, come il vestito da festa del colonnello di Marquez. Come...Bah. Il cappello di mia nonna. Gli armadi di mia nonna avevano quell'odore. Poi hanno buttato tutto. Mia nonna e gli armadi, insieme, stessa cura nel riporli in discarica. Chi da una parte chi dall'altra, s'intende, che mica mia nonna è finita in un cesso di discarica ma poco ci mancava.
L'ultimo buco in fondo al cimitero. Poco ci mancava.
Quanto cazzo è blu questa stanza.
Luca era gay. Ma poi ha pensato che non gli conveniva...Povia ha fatto una canzone di merda, che mia sorella di dodici anni poteva scrivere meglio e tutta questa manfrina perchè Luca fa sesso con un uomo e poi si dà alle donne?
E allora? Anche Umberto e Giacomo hanno fatto così eppure nessuno li ha rotto il cazzo.
E basta dire che i gay non si discriminano e poi stanno tutti a scandalizzarsi...
Società demente.
*Umberto è quell'uomo noto come Umberto Saba e Giacomo, suo avo, noto come Leopardi. February 17 La stagione
Londra, 18 luglio 2008 Nuvole come batuffoli di cotone nel cielo azzurrissimo della città. Le vedo così soffici e morbide e solitarie. So che “domani sarà un giorno incerto e senza parole” ma credo sia arrivato, quel giorno. Non c’è nessuno a cui stringere la mano, il rumore della metro sferragliante verso non so dove copre la musica nelle orecchie, quelle domande pesanti come macigni sul perché sono in viaggio, chi sono, cosa c’è attorno a me. C’è in me un disperato amore, l’“Hotel Supramonte”, un senso. Scrivo male e di fretta, ma oggi ho qualcosa da scrivere. La metro risale in superficie. E’ spuntato il sole da un angolo di cielo.
Genova, 11 gennaio 2009 Anche a Genova c’è il sole a scandire i miei pensieri. Un diario strabordante, “Inverno” scarabocchiata sulla prima pagina, vento a portarmi via. Dopo dieci anni scopro che De Andrè mi ha esortato a vivere cancellando quel folgorante dolorino intercostale e le perenni emicranie. Ha pulito il mio cuore, un po’ opaco, leggermente confuso. Nel momento in cui Faber spegne l’ultima sigaretta, io do una boccata d’aria. Cosa si dice in questi casi? Grazie? Mah. Nel dubbio canto sulla via del porto della città al fianco di un compagno di viaggio, mi macchio le dita d’inchiostro nero, respiro il mare, da almeno tre anni non lo vedevo. Il tempo infame non mi ha permesso di assistere ad un concerto, tra accordi di chitarra e birra in una sala affumicata da Malboro. Peccato. Ho un vinile da qualche parte, schiacciato dal White Album e Berlin, che sa di polvere, sa d’arte, odora di malinconica realtà. Sebbene quei dischi si abbandonino a patine di acari, non c’è nulla di vecchio, di passato in quelle poesie, in quegli inviti a scrutare la vita, bella tragica sottile. Fugge via Fabrizio. Sta a noi cogliere quello che lui esprime e noi siamo solo capaci di provare (e, a volte, nemmeno questo siamo in grado di fare, timorosi di sentire il sangue che scorre nelle vene). Suona le stagioni, i fiori, i giorni, la profondità dei rapporti umani. “passa il tempo sopra il tempo / ma non devi aver paura / sembra correre come il vento / però il tempo non ha premura” Cos’è tutto questo? Questo piangere, ridere, saltare, morire…cos’è? Per dare un sapore nuovo ai nostri giorni si è deciso di fare lo zaino, prenotare una stanza vicino alla stazione (rumore di treno, rumore di viaggi come buongiorno) e camminare sui carrugi. La musica era lì, palpabile, di fronte a noi, correva al nostro fianco illuminando i passi di chi è stato Fabrizio De Andrè, chi verrà dopo di lui (con parole diverse, passioni accese e rinvigorite), chi eravamo noi. Aver quasi paura di inciampare in note nuove. “Dove andiamo adesso?” “Lascio un papavero sulla sua tomba”. Pazienza se è poi diventata una gerbera rossarancio, una fotografia, silenzio tra cipressi irradiati da un’anticipata primavera. L’abbiamo ringraziato, credo. Non so di preciso se ho sentito una fitta da qualche parte imprecisata del corpo eppure avevo quasi voglia di accendermi una sigaretta e spazzarmi via. Assurda pazzia vivere da uomini. Ci alziamo al mattino tentando di esplorare qualcosa, forse l’anima forse l’esistere in sé, e ogni domanda ci riconduce ad altre nuove questioni sempre più invalicabili. Ma arriva un cantastorie, uno scrittore, un colui che passeggia sulle sensazioni e le trasforma in purissime pennellate di ESSERE. Mi ero perduta in quella nostalgia impossibile di altre canzoni, altre cure per l’Io. E ora invece viaggio, rido, vivo. E saluto Faber, giacché ho un altro voyage senza destinazione da pianificare e lui ne sarà la colonna sonora per rubare tutte le emozioni e restituirle a chi mi accompagnerà.
February 12 m.Entro.
L'odore di arrosto, patate dolci bruciacchiate e credo anche pancetta m'invade.
Non ho mai pensato che potesse mancarmi tutto questo.
E non voglio che mi manchi, domani.
February 05 Dentro un Pub. Scritto o no.
Dentro un pub. Musica musica musica. Ci sono i MCR che suonano, qui, appoggiati alla mia sedia, in una specie di mansarda che odora di birra amara. John, il ragazzo a cui tremano le mani quando beve il caffè, freddo, allungato con qualche fogna anglosassone. Lui, rinchiuso in manicomio, che chiede sigarette e where are you from su un muretto. Gli rispondo, da grande vuole fare lo scrittore perché ha un mucchio di cose da dire e poca voglia di lavorare. Rido. I want to be a journalist. Adesso è lui che ride, nessun rispetto per questi sogni. Mi attraversa questo vento umido, profumo di pioggia che, però, non arriva. Meglio così, ho rotto l’ombrello e John ha un maglione smunto addosso, non chiedo neanche. What are you doing here? Eh, bella domanda. Potrei risponderti che salendo su un aereo, un giorno di luglio qualsiasi, è come se avessi aperto la prigione in cui mi ero rinchiusa, un luogo di note, colori, sentimenti che non vogliono esplodere al di fuori, che mi restano dentro, diventano stanchi e aridi, muoiono. Muoio con loro. Potrei dirti che oggi ho letto una scritta in metro, ora non ricordo, ma era qualcosa come CREDERE E’ NIENTE ed io non so perché ma ero d’accordo. E su una borsa c’era scritto che non sappiamo dove andiamo a finire ed è certo che, oggi, ad una finestrella di un pub disperato, con De Andrè cantato a squarciagola, con rabbia, io sento che c’è un senso in questa mia fuga. Scrivo male e di fretta ma oggi, almeno, ho qualcosa da scrivere. Cento passi da fare, uno due tre, dietro gli angoli di Londra, per tornare da dove sono venuta. And you John? What are you doing here? I’m just living, darling, I’m just living. February 02 Non datemi della ClericiDunque...In questi giorni mi è presa una fame incontrollabile, non mi basta il pranzo e mi dò anche alle merende e alle cene spiluccate qui e là e la colazione è più che mai abbondante. Nell'attesa che io assuma l'aspetto di una piccola orca assassina e che tutti i McDonald's della zona chiudano causa fine rifornimenti dopo il passaggio della sottoscritta, m'è venuta voglia di cucina. Quindi per la prima volta in vita mia e suppongo anche per la prima volta sullo Scazzo vi delizio con una ricetta che mi ha mosso amore dentro...
I canederli!!!
Bon Appetit
Tagliare il pane a dadini e metterlo in una scodella; far rosolare assieme al burro la cipolla tritata e lo spek, mescolare le uova al latte quindi aggiungervi il prezzemolo ed una presa di sale. Mescolare il tutto ed aggiungerlo al pane a dadini. Lasciar riposare per mezz'ora e, nel frattempo, mettere l'acqua a bollire. Aggiungere al composto un po' di farina quindi impastare e, con le mani bagnate, formare delle "palle" di 4-5 cm di diametro. Non appena l'acqua bolle, abbassare la fiamma e mettervi a cuocere i canederli, lentamente, per 15'. Sgocciolare e servire caldo, conditi con un po' di burro fuso |
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