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    September 23

    Destini incrociati

     
    Gioca coi suoi capelli. Morbidi, castano scuro, col sole che li bagna una volta sì e una no, attenendosi ai movimenti della carrozza.
    Lui legge il giornale, titoli importanti e crolli economici, incravattato con la sua valigia di pelle finta. E' un uomo serio mentre lei è ancora un pò bambina.
    L'afa di questo giorno d'estate soffoca pensieri, azioni, sentimenti.
    Lui, che non stacca gli occhi dai caratteri piccoli piccoli del quotidiano, suda. Le goccioline imperlano il naso, le pieghe accanto alla bocca, le mani. Lei si avvolge furtiva nell'aria che spiffera da qualche finestrino abbandonato aperto.
    Spunta dalla sua borsa un cubo di Rubik.
    Mollemente sposta i quadratini rossi, poi verdi, bianchi, arancioni.
    Sbaglia. Ritenta.
    Rosso, verde, bianco, arancio, magari girando il blu di qui...Sbaglia ancora.
    Si è comprata il giocattolo meno adatto a lei che potesse trovare. Prova a muovere solo un colore, ma sull'altro lato si spostano quelli che aveva faticosamente sistemato. E poi ride. Un trillo solitario nella carrozza di quel treno caldo e veloce, diretto non ricordo dove. Al mare, certamente.
    Lui piega le sue letture, le rende un ventaglio accartocciato con cui si fa aria, per un pò di refrigerio improvviso.
    Lei non è particolarmente bella, sembra scordinata nei movimenti, irritata dal tempo che scorre e non sa come riempire, confusa dal suo giocattolino. 
    Prova ancora a giostrarsi con quelle piastrelle cubiche.
    Un blocco, poi un altro...no, non va.
    Lui afferra la sua mano. Le ruba quella distrazione, la muove veloce, gliela riconsegna.
    <Come funziona?> chiede sbrigativo. Non ha la voce stronza e annoiata, come invece sembrava. E' dolce, pacata, serena.
    <Non funziona> è la risposta sussurrata di lei. Sorride. Muove qualche colore, si ostina sulla faccia verde del cubo, rinuncia gettando indietro i capelli.
    <E il mondo? Funziona quello?> sospira indicando il giornale tra le mani di lui. Lo chiede senza vero interesse, come se conversasse del tempo con uno sconosciuto. Guarda fuori.
    Lui si volta verso il finestrino, accenna un sorriso.
    <No. Non tanto>.
     
    Il cubo nella borsa spalancata su un sedile, che mostra un libro di Nabokov quasi terminato. Il giornale appoggiato tra le mani umide. I capelli scossi dalla brezza del treno. La cravatta stretta al collo. La valigia in finta di pelle ai piedi che non dice nulla, totalmente anonima e priva di vita.
    <Come si chiama dove stiamo andando?> chiede lei muovendo i piedini al ritmo di una musica leggera nella sua testa.
    <San Giovanni>
    <Pioverà?>
    <Dubito>
    <Peccato>.
     
    Il cubo nella borsa. Il giornale caduto per terra. Il libro di Nabokov. I capelli ora legati, la cravatta ora sciolta, la valigia sotto la borsa, sul sedile. Le scarpette di lei color celeste. I mocassini neri di lui.
    E l'afa, il caldo appiccicoso del treno che mi fa addormentare, sognandoli mano nella mano, sui binari di una stazione del Sud.
     

    September 21

    Mangiatoia

     
    La sera mi piace andarmene da casa, fare un fagotto delle mie poche cose (due sigarette, la tua foto di quando eri al mare, dieci euro) e starmene un pò in giro, giù al paese.
    Non c'è mai nessuno, nè un amico nè un rompiballe qualsiasi a cui lanciare bestemmie. Che un pò, lo devo ammettere, mi fa bene bestemmiare, che tanto Iddio ha deciso di scordarmi per partito preso. Allora io qualcosa devo pur fare, no?
    Poi mi viene fame, dopo tutta questa serata passata a trascinarmi i piedi, riflettendo su quante volte avrei dovuto dirti "sei bella" e invece me ne stavo zitto, leggendo la Gazzetta o sbraitando contro i nostri figli, che poi sono morti tutti e due, quella notte pazza, e neanche tu sei più stata tanto viva, dopo. Se uno sapesse, quando è ormai a metà della sua vita, quello che sta per capitare, magari non si perde in tribolazioni inutili e fa qualche complimento in più, una carezza, un regalo. Che magari si evita di fare fagotto delle sue quattro cianfrusaglie e si perde, la sera, a cercare un ristorante, con dieci euro, perchè non ha mai imparato a cucinare.
    L'insegna al neon mi ricorda che qui la pizza costa solo qualche spicciolo. Un motivo ci sarà, ma scelgo di entrare comunque, non salutare e chiedere da bere, subito, per rompere il ghiaccio. Il vino fa vomitare qui.
    Sto usando sette dei miei dieci euro per vomitare la notte, i pensieri, te.
    Per scaricare la malinconia dei vecchi sempre arresi alla morte.
    Fanculo l'anzianità, le rughe, i neuroni spiaccicati, i cazzi girati, il viagra.
     
    Sono solo, seduto nel mezzo della sala giallognola. Mangio senza voglia di masticare, ingoio ricordi che spero di cacare più tardi.
    Una bimbetta che guarda la sedia spoglia al mio fianco. Che vuoi? Sì non aspetto nessuno, non ho bocconi per nipoti mogli compagni, non ho neppure un parente che mi piaccia d'invitare a mandar giù un bicchierino.
    Pensa, bimbetta, posso fare quello che mi pare, senza orari o raccomandazioni, come un ragazzino arrapato e sepolto dall'acne. PENSA CHE FORTUNA!
     
    Cerco di convincermene, certo, che la tua assenza è naturale, normale; che la solitudine fa parte della vita come l'amore e il mal di denti; che da quando sono in pensione, ogni sera, da tre anni, entro in questo ristorante e nessuno mi riconosce.
    Sono invisile e non ci credo, no, che è normale perchè su sei milardi in 'sto mondo almeno un cane, per me, ci dovrebbe essere.
     
     
    Viene mezzanotte
    si spengono le luci
    September 19

    Alcune cose che dimentico...

     
    C'è un amore nella sabbia / un amore che vorrei / un amore che non cerco / perché poi lo perderei
    C'è un amore alla finestra / tra le stelle e il marciapiede / non è in cerca di promesse / e ti da quello che chiede
    Cose che dimentico / Cose che dimentico / sono cose che dimentico
    C'è un amore che si incendia / quando appena lo conosci / un'identica fortuna / da gridare a due voci
    C'è un termometro del cuore / che non rispettiamo mai / un avviso di dolore / un sentiero in mezzo ai guai
    Cose che dimentico / sono cose che dimentico
    Qui nel reparto intoccabili / dove la vita ci sembra enorme / perché non cerca più e non chiede / perché non crede più e non dorme
    Qui nel girone invisibili / per un capriccio del cielo / viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo / il gelo / e tutti ne sentiamo il gelo
    C'è un amore che ci stringe / e quando stringe ci fa male / un amore avanti e indietro / da una bolgia di ospedale
    Un amore che mi ha chiesto / un dolore uguale al mio / a un amore così intero / non vorrei mai dire addio
    Cose che dimentico / sono cose che dimentico
    Qui nel reparto intoccabili / dove la vita ci sembra enorme / perché non cerca più e non chiede / perché non crede più e non dorme / non dorme
    Qui nel girone invisibili / per un capriccio del cielo / viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo
    Viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo
    Sono cose che dimentico / sono cose che dimentico / cose che dimentico / sono cose che dimentico

     

    per chi era con me.
     
    September 18

    Mantova, 9-13 settembre 2009

     

    “Noi cerchiamo la bellezza ovunque”

    Bellezza - Marlene Kuntz

     

    Che spasso gente, che spasso. Stai in mezzo a libri e scrittori e poesie notturne e birra (molta, la birra) per una settimana e poi, tornato a casa, rifletti sul fatto che forse non tutto è perduto. Straordinario, qualcuno ancora legge. Sicuramente un folle, uno sprovveduto. Quel tizio non ha capito che in quei giorni, anziché fare il volontario al Festivaletteratura, doveva rintanarsi in casa a guardare le tette di Miss Italia. Pazzi, ‘sti giovani. Vagabondeggiano per la città dei Gonzaga, coi suoi ciottoli fastidiosi sotto le scarpe e i ciclisti che spadroneggiano in strada, leggendo De Luca, Zucconi, Godano, Calabresi, Mazzantini, Simone Weil. Ben strani davvero, bestie rare che girano con delle pagine incollate agli occhi, discutendo animatamente col compagno della serata, mescolando luppolo e De Andrè su chitarra.

     

    Sono stata al Festival per ben sette giorni, e volevo restare per altri sette anni, minimo. Il frenetico vivere tra i coetanei, con maglie blu indosso e Monicelli, a braccetto di Marcorè, che ti passano accanto, li fermi, ti fanno l’autografo, continuano per la loro strada; l’assoluta normalità di recitare una poesia ad alta voce, alle tre di notte, in Piazza Delle Erbe, di incontrare al bar uno scrittore e farsi offrire l’aperitivo... Un mondo assurdo, davvero, dove la bellezza sta tutta nella perfetta commistione di Cultura e Voglia di cercarla. Partecipando a diversi eventi, sotto un tendone bianco dove l’agitazione per l’arrivo di questo o quell’artista era palpabile, ho intuito la grande forza di un festival che da tredici anni porta soffi di vita su chi ama leggere, scrivere, sapere. Persino il più sfigato autore della più sfigata casa editrice ha spazio (approfittatene giovani letterati veronesi, cogliete la rosa finché è il tempo) e qualche interlocutore ce l’ha sempre.

    Tra tutti gli ospiti, penso con piacere a Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, al Festival anche in veste di scrittore (“I Vivi”, sei racconti editi da Rizzoli, una lettura calma e brillante), che ha arricchito chi era presente con la sua voglia di darsi all’arte, totalmente e senza freno come solo chi ama spassionatamente può fare. E in poche parole ha coinvolto il suo pubblico invitandolo a cercare la cultura dappertutto, leggendo scrivendo vivendo. Ho annuito anch’io, tra le cento testoline in Piazza Virgiliana, che non è poi una vera piazza, ma un parco, se mai voleste andarci.

    A ben vedere, ogni autore ha il suo tipo di pubblico: il visionario ha un seguito di giovani e alternativi con unghie laccate di nero e Converse stracciate, la diva ha casalinghe che sbavano ai suoi piedi e l’accolgono con mucchi di luccichii ingioiellati, il giornalista sfrontato ha ragazzi seri e padri di famiglia quasi sempre antiberlusconiani, la scrittrice esordiente ha pochi fans e molti curiosi che non sanno chi hanno davanti. L’ideale piatto da servire a uno studente di sociologia.

    Passa di tutto, insomma. Non c’è da pensare a un festival con intellettualoidi ingobbiti e un po’ marzulliani, c’è invece il fior fior della gioventù italiana e non (segnatevi: volontariato europeo) e conoscete laziali, veneti, lombardi, marchigiani, pugliesi, emiliani…Insomma, Garibaldi si sarebbe leccato le dita vedendo quest’Unità d’Italia sotto l’egemonia del Libro.

     

    E così, in una solare giornata settembrina, col ventaccio forte dei “laghi” mantovani, sono diventata volontaria, amica e compagna dei libri. Con nuovi compagni di viaggio, musica stupenda nella testa (“noi sereni e semplici o cupi e acidi / noi puri e candidi o un po’ colpevoli / per voglie che ardono”) e dei racconti indelebili sottobraccio.

     

    www.festivaletteratura.it

    September 17

    Cara C.

     
    ...oggi è domani, di già. Da qualche ora mi sento meno sola, col suo respiro impreciso e pesante accanto al mio cuscino a cullare questa lettera.
    Non lo amo, lo sa anche lui, ma ci crediamo entrambi abbastanza tristi da non poter sopportare altre malinconie. C'è un tempo per amarsi, ed uno per sperare di non dover dormire sempre soli con se stessi. La tua fortuna non ha girato verso di me, pazienza, ho ancora tutto a parte Lui. Quello ce l'hai tu, da tre anni. Siete felici? Te lo chiedo perchè, a differenza di quanto puoi pensare, sono sinceramente colpita da questo vostro modo di non amarvi. Starai ridendo, immagino. Starai dicendo "quella gelosa" tra i denti, lo so. Ma è tutto un bluff. Un'inutile scappatoia per non risponderti. Eppure è così semplice. Scandisci bene le parole, forza, ce la fai. Io-sono-infelice. Maddai, anche tu, così perfetta e bella, così amata, così TU, infelice? C'è uno sbaglio signori miei, un grossissimo sbaglio.
    No che non c'è. Sei una povera stronza, come me, come chiunque altra donna che sale distratta sul tram, che mercanteggia tra i saldi di fine stagione, che simula un orgasmo, che fuma nuda in bagno, tra i vapori dei suoi mille pensieri.
    Questa carta si farà gialla, scura e macchiata; verrà stanata un giorno dai tuoi nipoti che volevano qualche gingillo vintage da sfoggiare. Questa carta sarà il segno indelebile che io non ti odio, non riesco a farlo, che non sento più nulla - ed è assurdo - se non conforto. Sul serio, sono comoda, e sto zitta. Tu infelice e stai zitta. Bipolari.
    Lo sento sognare sai? Mentre strido sui fogli con la stilo di mio padre, lui si agita, si muove, sbuffa nel sonno. Come ci riesce a dormire ancora? Forse perchè lui, in realtà, non ha tutte queste cazzate da dire a un'altra persona. Probabilmente non sparerebbe mai un "odio la mia vita" ad un amico.
    Sta zitto anche lui. E Lui tace da un pò...
    Cara C., è tardi, hai gli occhi pesanti e dormiresti volentieri, ma non puoi perchè è tutto vero. Lo amavi pazzamente ma il fuoco si è consumato, capita, che triste, fine. Giri tra parenti e amici stuzzicando le parole "bene" "meraviglia" "amore", e loro ti si ritorcono contro, le fai incazzare e si vendicano lasciando che fiumi d'inchiostro bagnino la carta, come stanotte, e ti sbattano in faccia che scelte del cazzo hai fatto. Se hai scelto.
    Ingiallirai anche tu, proprio come questa lettera. Ingiallirai, ti spiegazzerai apatica, per mano di altri. Diverrai cimelio da spolverare la domenica.
    "Sta zitta".
    Sto zitta.
    Qualcuno, fin dalla nascita, illude il nostro cuore coccolandolo con idee amorose e galanterie; quando sei adulto, mentre sei assorto nei tuoi pensieri sciocchi e opachi, ti accorgi che chi amavi, Lui, ora è un breve russare grottesco al tuo fianco e che la tua parte migliore è diventata un'infelice che scrive lettere a se stessa, senza risposta, senza voglie.
     
    Buonanotte,
    C.
    September 15

    Parole per Margaret

     
    La scrittura è pura luce.
    Scrivere, per me, è ritrovare le persone che non ci sono più;
    scrivere è vivere diverse vite, diverse epoche, diversi amori.
     
    Scrivere è afferrare le emozioni e trascinarle sulla carta,
    renderle concrete macchiandosi le dita d'inchiostro.
     
    Scrivere.
    Questo voglio che sia il fine del mio vivere. Scrivere.
     
    Mantova, 10 settembre 2009
    September 06

    Sentimi

     
    Si fa fatica a credere a Dio, a qualche forza sovrumana, all'aldilà.
    E non ci credo, difatti.
    Ma se un dio fosse l'Amore, allora capirei qual è quella forza che abbatte malattie, timori, malevoglie.
    Capirei cos'è che muove il mio corpo, che impugna il volante e attraversa una lunga strada per Te, nella notte.
    Saprei per certo cos'è quel vento che ha spostato le mie dita, le ha rese leggere sul Tuo viso, le ha coccolate tra le luci della sera.
     
    Non è Dio, forse per qualcuno sì.
     
    L'amore muove le stelle, e soprattutto l'uomo.
    September 01

    Raccatta Foglie

     
    C'è sempre un momento di raccoglimento in cui mi chiedo: ma che ci faccio qui?
    Inteso macchècifaccioqui nella mia cameretta lillà a leggere mucchietti di libri coperti con la pratica plastica colibrì e non me la sbatto un pò questa vita?
    Del tipo...che ne so...andare a vivere da sola. Ah? Un'idea troppo fica.
    Così un giorno ho preso Gradassa (sappiate chi è almeno, la valigia azzurra!), ci ho messo quasi tutto l'armadio, un panino al prosciutto, due bottiglie d'acqua, tre Dylan Dog e le caramelle Rossana. Fondamentali.
    Il mio salvadanaio urlava dolore e così ho sgranellato circa 15 euro dal portafoglio genitoriale tenuto sempre nascosto in posti che io guardacaso so. Tutto pronto, partita.
    A piedi fino alla stazione, poi in attesa del treno per Brescia, poi a Brescia in attesa per Milano poi a Milano in attesa del bus che mi portava a Bergamo e poi a Bergamo per Parigi. trac. Che pacchia. Vado e scelgo un posto ganzo, figo assai e romantico.
    Cinque giorni, ammazzacherelax, guarda la Tour, saliamo, le lucine, beviamo vino, massì ma che ce frega ma che ce importa, bistrot e Notre Dame.
    Rigiungo in Italia con ben 15 euro, sempre quelli, diventati 10 dopo una pizza. Per il rotto della cuffia, diciamo. Potevo sempre cavarmela spacciando 20 sterline rimasugliate dall'estate scorsa per euro ma anzichèno meglio tornare a baita, come si dice dalle mie parti.
    Tornata ho la malaugurata impressione che il disagio avanzi implacabile, che ne è stato dei bei concertini in metrò e dei baci appassionati sugli Champs? Sento proprio un, come si dice, un...non vuoto, non nausea...un...dolore intercostale. Sì. Anzi si fa più sottile e doloroso, scende, colpisce lo stomaco ma poi si sposta, và dietro. Reni.
    E' il ritorno alla realtà.
    Con una dose di calcoli da espellere celermente, cazzo.
     
    Morale di questo intervento?
    Dietro l'angolo ti fottono sempre.