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October 30 Le NuvoleVanno
vengono ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo sembra che ti guardano con malocchio Certe volte sono bianche e corrono e prendono la forma dell’airone o della pecora o di qualche altra bestia ma questo lo vedono meglio i bambini che giocano a corrergli dietro per tanti metri Certe volte ti avvisano con rumore prima di arrivare e la terra si trema e gli animali si stanno zitti certe volte ti avvisano con rumore Vanno vengono ritornano e magari si fermano tanti giorni che non vedi più il sole e le stelle e ti sembra di non conoscere più il posto dove stai Vanno vengono per una vera mille sono finte e si mettono li tra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
October 25 GenerAzione Rivista. TEMA: MILITANZALettori ed eventuali Non Lettori (ma diventatelo, timidoni) di GenerAzione, finalmente anche questo numero è pronto, ci siamo, potete scaricare la rivista in PDF da questo sito:
http://www.zshare.net/download/67454954f05c9c9b/ Oppure da issuu: http://issuu.com/ladyofacanyon/docs/generazione_rivista_ottobre-novembre_2009 Il tema è MILITANZA e ve ne diamo un assaggio... Qualcuno era militante perché era nel ‘dopoguerra’
Qualcuno era militante perché la militanza è anche un’idea
Qualcuno era militante perché era un Autore
Qualcuno era militante perché il teatro lo esigeva,
la letteraturalo esigeva … anche il realismo lo esigeva
Buona Lettura. ![]() October 15 TreniSono i treni che parlano di noi. Mi portano a te in giorni pieni di parole, visi sconosciuti, rumori di passaggio.
Sono i treni che hanno fatto nascere il nostro amore, che lo hanno difeso e cullato, che hanno sancito il momento in cui ogni tuo gesto si sarebbe riflesso nella mia vita.
Sono i treni che portano i nostri ritardi, i segni grigi del tempo perso, delle sillabe esasperate, del correre con gli impegni sottobraccio e il cuore palpitante.
Sono i treni che parlano di me, fin da bambina, con quel ricordo di mia nonna che mi accompagnava. Che parlano di te, che raccontano gli ultimi anni e le fotografie scattate, polaroid immaginate tra il vociare dei passeggeri senza nome.
Sono i treni che parlano di noi, di questo amore semplice, senza pretese. Di questo amore scritto, letto, sentito avvicinare dagli estranei. Di questo amore senza fretta, senza orologi.
Sono i treni, che seguo veloce col biglietto stropicciato in tasca, che mi conducono al nostro amore, piano piano, verso te.
September 23 Destini incrociatiGioca coi suoi capelli. Morbidi, castano scuro, col sole che li bagna una volta sì e una no, attenendosi ai movimenti della carrozza.
Lui legge il giornale, titoli importanti e crolli economici, incravattato con la sua valigia di pelle finta. E' un uomo serio mentre lei è ancora un pò bambina.
L'afa di questo giorno d'estate soffoca pensieri, azioni, sentimenti.
Lui, che non stacca gli occhi dai caratteri piccoli piccoli del quotidiano, suda. Le goccioline imperlano il naso, le pieghe accanto alla bocca, le mani. Lei si avvolge furtiva nell'aria che spiffera da qualche finestrino abbandonato aperto.
Spunta dalla sua borsa un cubo di Rubik.
Mollemente sposta i quadratini rossi, poi verdi, bianchi, arancioni.
Sbaglia. Ritenta.
Rosso, verde, bianco, arancio, magari girando il blu di qui...Sbaglia ancora.
Si è comprata il giocattolo meno adatto a lei che potesse trovare. Prova a muovere solo un colore, ma sull'altro lato si spostano quelli che aveva faticosamente sistemato. E poi ride. Un trillo solitario nella carrozza di quel treno caldo e veloce, diretto non ricordo dove. Al mare, certamente.
Lui piega le sue letture, le rende un ventaglio accartocciato con cui si fa aria, per un pò di refrigerio improvviso.
Lei non è particolarmente bella, sembra scordinata nei movimenti, irritata dal tempo che scorre e non sa come riempire, confusa dal suo giocattolino.
Prova ancora a giostrarsi con quelle piastrelle cubiche.
Un blocco, poi un altro...no, non va.
Lui afferra la sua mano. Le ruba quella distrazione, la muove veloce, gliela riconsegna.
<Come funziona?> chiede sbrigativo. Non ha la voce stronza e annoiata, come invece sembrava. E' dolce, pacata, serena.
<Non funziona> è la risposta sussurrata di lei. Sorride. Muove qualche colore, si ostina sulla faccia verde del cubo, rinuncia gettando indietro i capelli.
<E il mondo? Funziona quello?> sospira indicando il giornale tra le mani di lui. Lo chiede senza vero interesse, come se conversasse del tempo con uno sconosciuto. Guarda fuori.
Lui si volta verso il finestrino, accenna un sorriso.
<No. Non tanto>.
Il cubo nella borsa spalancata su un sedile, che mostra un libro di Nabokov quasi terminato. Il giornale appoggiato tra le mani umide. I capelli scossi dalla brezza del treno. La cravatta stretta al collo. La valigia in finta di pelle ai piedi che non dice nulla, totalmente anonima e priva di vita.
<Come si chiama dove stiamo andando?> chiede lei muovendo i piedini al ritmo di una musica leggera nella sua testa.
<San Giovanni>
<Pioverà?>
<Dubito>
<Peccato>.
Il cubo nella borsa. Il giornale caduto per terra. Il libro di Nabokov. I capelli ora legati, la cravatta ora sciolta, la valigia sotto la borsa, sul sedile. Le scarpette di lei color celeste. I mocassini neri di lui.
E l'afa, il caldo appiccicoso del treno che mi fa addormentare, sognandoli mano nella mano, sui binari di una stazione del Sud.
September 21 MangiatoiaLa sera mi piace andarmene da casa, fare un fagotto delle mie poche cose (due sigarette, la tua foto di quando eri al mare, dieci euro) e starmene un pò in giro, giù al paese.
Non c'è mai nessuno, nè un amico nè un rompiballe qualsiasi a cui lanciare bestemmie. Che un pò, lo devo ammettere, mi fa bene bestemmiare, che tanto Iddio ha deciso di scordarmi per partito preso. Allora io qualcosa devo pur fare, no?
Poi mi viene fame, dopo tutta questa serata passata a trascinarmi i piedi, riflettendo su quante volte avrei dovuto dirti "sei bella" e invece me ne stavo zitto, leggendo la Gazzetta o sbraitando contro i nostri figli, che poi sono morti tutti e due, quella notte pazza, e neanche tu sei più stata tanto viva, dopo. Se uno sapesse, quando è ormai a metà della sua vita, quello che sta per capitare, magari non si perde in tribolazioni inutili e fa qualche complimento in più, una carezza, un regalo. Che magari si evita di fare fagotto delle sue quattro cianfrusaglie e si perde, la sera, a cercare un ristorante, con dieci euro, perchè non ha mai imparato a cucinare.
L'insegna al neon mi ricorda che qui la pizza costa solo qualche spicciolo. Un motivo ci sarà, ma scelgo di entrare comunque, non salutare e chiedere da bere, subito, per rompere il ghiaccio. Il vino fa vomitare qui.
Sto usando sette dei miei dieci euro per vomitare la notte, i pensieri, te.
Per scaricare la malinconia dei vecchi sempre arresi alla morte.
Fanculo l'anzianità, le rughe, i neuroni spiaccicati, i cazzi girati, il viagra.
Sono solo, seduto nel mezzo della sala giallognola. Mangio senza voglia di masticare, ingoio ricordi che spero di cacare più tardi.
Una bimbetta che guarda la sedia spoglia al mio fianco. Che vuoi? Sì non aspetto nessuno, non ho bocconi per nipoti mogli compagni, non ho neppure un parente che mi piaccia d'invitare a mandar giù un bicchierino.
Pensa, bimbetta, posso fare quello che mi pare, senza orari o raccomandazioni, come un ragazzino arrapato e sepolto dall'acne. PENSA CHE FORTUNA!
Cerco di convincermene, certo, che la tua assenza è naturale, normale; che la solitudine fa parte della vita come l'amore e il mal di denti; che da quando sono in pensione, ogni sera, da tre anni, entro in questo ristorante e nessuno mi riconosce.
Sono invisile e non ci credo, no, che è normale perchè su sei milardi in 'sto mondo almeno un cane, per me, ci dovrebbe essere.
Viene mezzanotte
si spengono le luci September 19 Alcune cose che dimentico...C'è un amore nella sabbia / un amore che vorrei / un amore che non cerco / perché poi lo perderei
C'è un amore alla finestra / tra le stelle e il marciapiede / non è in cerca di promesse / e ti da quello che chiede Cose che dimentico / Cose che dimentico / sono cose che dimentico C'è un amore che si incendia / quando appena lo conosci / un'identica fortuna / da gridare a due voci C'è un termometro del cuore / che non rispettiamo mai / un avviso di dolore / un sentiero in mezzo ai guai Cose che dimentico / sono cose che dimentico Qui nel reparto intoccabili / dove la vita ci sembra enorme / perché non cerca più e non chiede / perché non crede più e non dorme Qui nel girone invisibili / per un capriccio del cielo / viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo / il gelo / e tutti ne sentiamo il gelo C'è un amore che ci stringe / e quando stringe ci fa male / un amore avanti e indietro / da una bolgia di ospedale Un amore che mi ha chiesto / un dolore uguale al mio / a un amore così intero / non vorrei mai dire addio Cose che dimentico / sono cose che dimentico Qui nel reparto intoccabili / dove la vita ci sembra enorme / perché non cerca più e non chiede / perché non crede più e non dorme / non dorme Qui nel girone invisibili / per un capriccio del cielo / viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo Viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo Sono cose che dimentico / sono cose che dimentico / cose che dimentico / sono cose che dimentico
per chi era con me.
September 18 Mantova, 9-13 settembre 2009
“Noi cerchiamo la bellezza ovunque” Bellezza - Marlene Kuntz
Che spasso gente, che spasso. Stai in mezzo a libri e scrittori e poesie notturne e birra (molta, la birra) per una settimana e poi, tornato a casa, rifletti sul fatto che forse non tutto è perduto. Straordinario, qualcuno ancora legge. Sicuramente un folle, uno sprovveduto. Quel tizio non ha capito che in quei giorni, anziché fare il volontario al Festivaletteratura, doveva rintanarsi in casa a guardare le tette di Miss Italia. Pazzi, ‘sti giovani. Vagabondeggiano per la città dei Gonzaga, coi suoi ciottoli fastidiosi sotto le scarpe e i ciclisti che spadroneggiano in strada, leggendo De Luca, Zucconi, Godano, Calabresi, Mazzantini, Simone Weil. Ben strani davvero, bestie rare che girano con delle pagine incollate agli occhi, discutendo animatamente col compagno della serata, mescolando luppolo e De Andrè su chitarra.
Sono stata al Festival per ben sette giorni, e volevo restare per altri sette anni, minimo. Il frenetico vivere tra i coetanei, con maglie blu indosso e Monicelli, a braccetto di Marcorè, che ti passano accanto, li fermi, ti fanno l’autografo, continuano per la loro strada; l’assoluta normalità di recitare una poesia ad alta voce, alle tre di notte, in Piazza Delle Erbe, di incontrare al bar uno scrittore e farsi offrire l’aperitivo... Un mondo assurdo, davvero, dove la bellezza sta tutta nella perfetta commistione di Cultura e Voglia di cercarla. Partecipando a diversi eventi, sotto un tendone bianco dove l’agitazione per l’arrivo di questo o quell’artista era palpabile, ho intuito la grande forza di un festival che da tredici anni porta soffi di vita su chi ama leggere, scrivere, sapere. Persino il più sfigato autore della più sfigata casa editrice ha spazio (approfittatene giovani letterati veronesi, cogliete la rosa finché è il tempo) e qualche interlocutore ce l’ha sempre. Tra tutti gli ospiti, penso con piacere a Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, al Festival anche in veste di scrittore (“I Vivi”, sei racconti editi da Rizzoli, una lettura calma e brillante), che ha arricchito chi era presente con la sua voglia di darsi all’arte, totalmente e senza freno come solo chi ama spassionatamente può fare. E in poche parole ha coinvolto il suo pubblico invitandolo a cercare la cultura dappertutto, leggendo scrivendo vivendo. Ho annuito anch’io, tra le cento testoline in Piazza Virgiliana, che non è poi una vera piazza, ma un parco, se mai voleste andarci. A ben vedere, ogni autore ha il suo tipo di pubblico: il visionario ha un seguito di giovani e alternativi con unghie laccate di nero e Converse stracciate, la diva ha casalinghe che sbavano ai suoi piedi e l’accolgono con mucchi di luccichii ingioiellati, il giornalista sfrontato ha ragazzi seri e padri di famiglia quasi sempre antiberlusconiani, la scrittrice esordiente ha pochi fans e molti curiosi che non sanno chi hanno davanti. L’ideale piatto da servire a uno studente di sociologia. Passa di tutto, insomma. Non c’è da pensare a un festival con intellettualoidi ingobbiti e un po’ marzulliani, c’è invece il fior fior della gioventù italiana e non (segnatevi: volontariato europeo) e conoscete laziali, veneti, lombardi, marchigiani, pugliesi, emiliani…Insomma, Garibaldi si sarebbe leccato le dita vedendo quest’Unità d’Italia sotto l’egemonia del Libro.
E così, in una solare giornata settembrina, col ventaccio forte dei “laghi” mantovani, sono diventata volontaria, amica e compagna dei libri. Con nuovi compagni di viaggio, musica stupenda nella testa (“noi sereni e semplici o cupi e acidi / noi puri e candidi o un po’ colpevoli / per voglie che ardono”) e dei racconti indelebili sottobraccio.
September 17 Cara C....oggi è domani, di già. Da qualche ora mi sento meno sola, col suo respiro impreciso e pesante accanto al mio cuscino a cullare questa lettera.
Non lo amo, lo sa anche lui, ma ci crediamo entrambi abbastanza tristi da non poter sopportare altre malinconie. C'è un tempo per amarsi, ed uno per sperare di non dover dormire sempre soli con se stessi. La tua fortuna non ha girato verso di me, pazienza, ho ancora tutto a parte Lui. Quello ce l'hai tu, da tre anni. Siete felici? Te lo chiedo perchè, a differenza di quanto puoi pensare, sono sinceramente colpita da questo vostro modo di non amarvi. Starai ridendo, immagino. Starai dicendo "quella gelosa" tra i denti, lo so. Ma è tutto un bluff. Un'inutile scappatoia per non risponderti. Eppure è così semplice. Scandisci bene le parole, forza, ce la fai. Io-sono-infelice. Maddai, anche tu, così perfetta e bella, così amata, così TU, infelice? C'è uno sbaglio signori miei, un grossissimo sbaglio.
No che non c'è. Sei una povera stronza, come me, come chiunque altra donna che sale distratta sul tram, che mercanteggia tra i saldi di fine stagione, che simula un orgasmo, che fuma nuda in bagno, tra i vapori dei suoi mille pensieri.
Questa carta si farà gialla, scura e macchiata; verrà stanata un giorno dai tuoi nipoti che volevano qualche gingillo vintage da sfoggiare. Questa carta sarà il segno indelebile che io non ti odio, non riesco a farlo, che non sento più nulla - ed è assurdo - se non conforto. Sul serio, sono comoda, e sto zitta. Tu infelice e stai zitta. Bipolari.
Lo sento sognare sai? Mentre strido sui fogli con la stilo di mio padre, lui si agita, si muove, sbuffa nel sonno. Come ci riesce a dormire ancora? Forse perchè lui, in realtà, non ha tutte queste cazzate da dire a un'altra persona. Probabilmente non sparerebbe mai un "odio la mia vita" ad un amico.
Sta zitto anche lui. E Lui tace da un pò...
Cara C., è tardi, hai gli occhi pesanti e dormiresti volentieri, ma non puoi perchè è tutto vero. Lo amavi pazzamente ma il fuoco si è consumato, capita, che triste, fine. Giri tra parenti e amici stuzzicando le parole "bene" "meraviglia" "amore", e loro ti si ritorcono contro, le fai incazzare e si vendicano lasciando che fiumi d'inchiostro bagnino la carta, come stanotte, e ti sbattano in faccia che scelte del cazzo hai fatto. Se hai scelto.
Ingiallirai anche tu, proprio come questa lettera. Ingiallirai, ti spiegazzerai apatica, per mano di altri. Diverrai cimelio da spolverare la domenica.
"Sta zitta".
Sto zitta.
Qualcuno, fin dalla nascita, illude il nostro cuore coccolandolo con idee amorose e galanterie; quando sei adulto, mentre sei assorto nei tuoi pensieri sciocchi e opachi, ti accorgi che chi amavi, Lui, ora è un breve russare grottesco al tuo fianco e che la tua parte migliore è diventata un'infelice che scrive lettere a se stessa, senza risposta, senza voglie.
Buonanotte,
C. September 15 Parole per MargaretLa scrittura è pura luce.
Scrivere, per me, è ritrovare le persone che non ci sono più;
scrivere è vivere diverse vite, diverse epoche, diversi amori.
Scrivere è afferrare le emozioni e trascinarle sulla carta,
renderle concrete macchiandosi le dita d'inchiostro.
Scrivere.
Questo voglio che sia il fine del mio vivere. Scrivere.
Mantova, 10 settembre 2009 September 06 SentimiSi fa fatica a credere a Dio, a qualche forza sovrumana, all'aldilà.
E non ci credo, difatti.
Ma se un dio fosse l'Amore, allora capirei qual è quella forza che abbatte malattie, timori, malevoglie.
Capirei cos'è che muove il mio corpo, che impugna il volante e attraversa una lunga strada per Te, nella notte.
Saprei per certo cos'è quel vento che ha spostato le mie dita, le ha rese leggere sul Tuo viso, le ha coccolate tra le luci della sera.
Non è Dio, forse per qualcuno sì.
L'amore muove le stelle, e soprattutto l'uomo. September 01 Raccatta FoglieC'è sempre un momento di raccoglimento in cui mi chiedo: ma che ci faccio qui?
Inteso macchècifaccioqui nella mia cameretta lillà a leggere mucchietti di libri coperti con la pratica plastica colibrì e non me la sbatto un pò questa vita?
Del tipo...che ne so...andare a vivere da sola. Ah? Un'idea troppo fica.
Così un giorno ho preso Gradassa (sappiate chi è almeno, la valigia azzurra!), ci ho messo quasi tutto l'armadio, un panino al prosciutto, due bottiglie d'acqua, tre Dylan Dog e le caramelle Rossana. Fondamentali.
Il mio salvadanaio urlava dolore e così ho sgranellato circa 15 euro dal portafoglio genitoriale tenuto sempre nascosto in posti che io guardacaso so. Tutto pronto, partita.
A piedi fino alla stazione, poi in attesa del treno per Brescia, poi a Brescia in attesa per Milano poi a Milano in attesa del bus che mi portava a Bergamo e poi a Bergamo per Parigi. trac. Che pacchia. Vado e scelgo un posto ganzo, figo assai e romantico.
Cinque giorni, ammazzacherelax, guarda la Tour, saliamo, le lucine, beviamo vino, massì ma che ce frega ma che ce importa, bistrot e Notre Dame.
Rigiungo in Italia con ben 15 euro, sempre quelli, diventati 10 dopo una pizza. Per il rotto della cuffia, diciamo. Potevo sempre cavarmela spacciando 20 sterline rimasugliate dall'estate scorsa per euro ma anzichèno meglio tornare a baita, come si dice dalle mie parti.
Tornata ho la malaugurata impressione che il disagio avanzi implacabile, che ne è stato dei bei concertini in metrò e dei baci appassionati sugli Champs? Sento proprio un, come si dice, un...non vuoto, non nausea...un...dolore intercostale. Sì. Anzi si fa più sottile e doloroso, scende, colpisce lo stomaco ma poi si sposta, và dietro. Reni.
E' il ritorno alla realtà.
Con una dose di calcoli da espellere celermente, cazzo.
Morale di questo intervento?
Dietro l'angolo ti fottono sempre.
August 19 Alà, che starai da Dio!Poche volte ho capito cosa vuol dire morire.
Oggi una in più.
Ottima vita, ottimo viaggio.
![]() August 06 Ci riameremoMia dolcissima Noretta, credo di essere giunto all'estremo delle mie possibilità e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa mia esperienza umana...
Ora vorrei abbracciarti tanto e dirti tutta la dolcezza che provo, pur mescolata a cose amarissime, per avere avuto il dono di una vita con te, così ricca di amore e di intesa profonda...Tu curati e cerca di essere più tranquilla che puoi.
Ci rivedremo.
Ci ritroveremo.
Ci riameremo.
Aldo Moro August 03 Discussione su solo che...
Citazione solo che... August 02 NienteNon Vi domandate mai nulla, non chiedete come sto, non ritenete di dover dire scusa.
E neanche io lo faccio, ma più per vendetta che altro, per quel tipo di educazione silenziosa e rancorosa che si è creata in me.
Non sbagliate mai, nei Vostri angoli di perfezione sublime, non cadete, non avete dubbi.
Non considerate le mie paure, i miei progetti, le mie ambizioni. I soldi, i dannati soldi.
Non avete mai nulla da dire e se l'avete è noia liquida.
E neanche io Vi chiedo com'è oggi la Vostra vita perchè compatisco quest'indifferenza che è nata in me, in Voi, in Noi.
E sento l'inutilità della mia presenza qui, tra queste mura.
E neanche Vi chiedete se sia uno sconosciuto a parlare, o il Vostro sangue.
July 31 Dinero neroSono arrivato qui sei anni fa. Avevo un documento stropicciato, un paio di scarpe, due camicie non stirate e un inservibile giaccone mezzo rotto. Poteva andarmi peggio e invece, alla fine, qualcosa ho combinato di buono.
All'inizio pensavo di fare il muratore, in fondo, mi dicevo, costruire case non è malaccio. Faticoso ma onesto. Però nessuno mi ha mai dato una possibilità, e poi qualche stronzo mi voleva pagare in nero, come se poi il mio lavoro fosse tanto segreto. Lo sapevano tutti, in quel posto lì, che gli immigrati non erano regolari. Fa niente, ho cambiato idea anche sul fare il muratore. Ho cambiato idea su mucchi di cose, finendo a vendere tovagliette fazzoletti coperte e lenzuola casa per casa.
Passo per i paesi a suonare le porte e a chiedere se le signore vogliono una federa, un qualche tessuto, un pacchetto di stracci. Quasi sempre è no, raramente è "dai va bene dammi qua" e spesso neppure mi aprono la porta. Non so se perchè sono straniero o perchè dò rogne, però intanto non mi aprono e io giro con un bel peso di vettovaglie sotto il sole. Fa caldo eh, fa caldo davvero in questo periodo. Per fortuna ho scelto di vagare per un paese di montagna per qualche giorno, almeno non stramazzo al suolo, che poi se anche stramazzassi in pochi si renderebbero conto che sono morto.
Le scarpe con cui sono arrivato non le ho più, e di quelle camicie me n'è rimasta una che ormai è logora.
La lavo in una fontana appena si fa più scuro.
Qui in montagna si sta bene d'estate, è fresco insomma e quando uno fa quello che faccio io è più comodo. Che tanto a fine giornata raccimolo sì e no dieci euro, ma se mi va di lusso. E' anche colpa mia, però. Non so farlo questo lavoro, fisso i campanelli e penso a quanto fastidio dò alle persone e lascio stare. Là in fondo c'è una bottega, vende le mie stesse cose, che ne so, magari vuole barattare un pò.
Non funziona tanto in questo Paese, si è sempre con l'acqua alla gola, la paura che uno ti ammazzi. Mi viene da dire vaffanculo. Le parolacce, eh, quelle s'imparano subito quando non conosci la lingua.
Niente, quel tizio della bottega mi ha detto che lui le vende le cose, non le compra. Poteva risparmiarsi il ghigno divertito, ho solo fame, tutto qui. Ho sperato.
Esco. C'è un "FRUTTA E VERDURA" con la sua buona merce fuori. Ho fame, ora di più. Perchè a vedere l'oggetto del desiderio sei più fottuto, i tuoi sensi vanno a puttane e tu non sai più trattenerti.
Non c'è nessuno. Me la rubo una mela. Me la rubo.
Non ho mai rubato, magari la gente pensa di sì ma non ho mai rubato. L'onestà ancora la conosco, povero o no. Non ho mai rubato, giuro su Dio.
Però...
"Serve qualcosa?"
"Ah...N..No no".
Vado via. Anche quello pensava volessi rubare. Invece ho solo guardato le pesche, le prugne, le mele e ho pensato a che sapore hanno.
Riprendo la strada, un pò in salita. Come tutte le cose.
July 27 Adulti in scatolaMi trovo vicina a Peter Pan in questa sera d'afa e cicale, nel senso che vorrei non crescere (e, perchè no, saper volare via, combattere i pirati...).
Ci sono situazioni in cui non ci tengo ad essere "grande", a dovermi occupare di chi è più debole o ingenuo di me, ma avendo ormai superato la soglia determinante dei diciottanni ho l'obbligo di non incastrare la mia testa sotto la sabbia. Peccato, cazzo. Perchè non discrimino gli struzzi, soprattutto stasera.
Adulti non si è solo anagraficamente nè in base ai centimetri che il corpo raggiunge. Alcuni eventi portano alla luce l'adulto che è in noi, bloccano momentaneamente la crescita naturale per darci in pasto ad un universo assurdo e cattivo.
Come oggi.
Non ci tengo davvero ad essere grande, oggi.
E se fossi piccola piccola piccola piccola piccola piccola piccola piccola piccola piccola piccola piccola piccola
[...]
ho ancora la forza che serve a camminare
e in tutto questo non so che fine farò. July 21 ComprensioniCerto che avrei bisogno di evadere, che domande. Chi non ha bisogno di evadere, nel senso più intrinseco di questo verbo? Non tanto fuggire, a mò di carcerato, anche perchè non parlo di prigioni nè dell'anima nè fisiche quanto, semmai, una scappatella rapida rapida verso il proprio momento di serenità. Perchè ciascuno di noi è diverso, è a se stante, ciascuno di noi, in sintesi, è. Per quanto si sia simili ai propri genitori, stessi capelli occhi barbe dei parenti, si sia plasmati in parte dal di fuori che include amici incontri lavoro studi, ognuno è una cosa a sè. Una persona composta di tic, di voglie, di ambizioni. Quello che per mia madre è tranquillità per me è caos nevrotico. Ciò che la mia migliore amica ritiene normale a volte può essere assurdo dal mio punto di vista. Fin qui, acqua calda. Ma non viene anche a voi la netta sensazione che qui ci si conformi tutti anche nei modi di essere? Che ci siano tipi di ambiente familiare che soffocano anzichè elargire libertà? Se io per dormire necessito di porta chiusa e silenzio o se anzichè medicina preferisco la letteratura perchè vengo trattata come una cretina? C'è qualche laurea ad honorem che permette a certuni di etichettarmi come un'idiota perchè dormo solo se c'è quiete e leggo anzichè vivisezionare il nonno? Dubito.
E dunque perchè non vi fate un pò di cazzi vostri?
Ciò che per me è pace pacatezza senso del vivere per voi è cazzate pigrizia noia. Allora è deciso, non dobbiamo frequentarci perchè siamo troppo dissimili l'uno dall'altro. Forse in un'altra vita eravamo cane e gatto, o formica e cicala. Insomma, qualcuno di noi due rompeva le palle e io non ero di sicuro.
Non chiedo tanto. O forse chiedo troppo. Vorrei essere capita, sentire che quello che io sono (e di conseguenza come io agisco) non è una cazzata perchè lo pensi tu, o, peggio, perchè è diverso da te. Perchè, in fondo, anch'io credo che come ragioni sia da imbecilli, ma ho l'accortezza di starmene in disparte, vederti vivere e col senno di poi cancellarti dalla rubrica del telefono.
Nel caso specifico della mia famiglia non inviare cartoline natalizie. July 15 Now i need a place to hide away*Mi trovo perennemente al centro dell’attenzione, come una subdola ragazzina compiaciuta nel collezionare scatti fotografici e sguardi; osservata, ammirata, presentata a tutti col nome di mio padre che subito suscita piccoli movimenti del capo e qualche pretenzioso annuire. Vivo a Londra, pur non avendola mai visitata con attenzione. Probabilmente altri scriverebbero pagine su pagine riguardo ad ogni minimo dettaglio del mio corpo, dei capelli, dei fianchi, ma io no. Poche righe e un genitore sono tutto ciò che ritengo degno di nota. Non sono figlia unica, ma non fa alcuna differenza. Il parentado è così diverso da ciò che sono da rendermi palpabile la distanza tra me e loro. Avverto la solitudine pur trovandomi con centinaia di persone nella stessa stanza. Sono ferma in una posa eterna, nel mio ridicolo gesto meccanico per ore e ore “ferma così, perfetta, fingi di lavarti, non guardarmi”. Mi privo della vita sfavillante al di fuori di questa gabbia che cancella lentamente la mia giovinezza. Non sembra ma ho i miei anni ormai, ho visto passare tanti volti davanti a me, persone non più presenti che mi hanno trattato con delicata ammirazione e altre che crescendo hanno del tutto scordato la mia presenza a questo mondo. Sono un oggetto, un addobbo; valgo in quanto concetto e rappresentazione, non come persona. Sono l’immagine di altre donne, di amori differenti tra loro, di attimi voyeuristici impressi nel tempo. Potrò forse apparire presuntuosa ma se lo fossi avrei già scardinato questo posto in cui vengo coccolata dalla polvere, con luci calde a mo’ di sole e aria asettica per non intaccare la mia pelle. Venderei anima, corpo, il velo bianco sulle mie ginocchia, tutto. Uscirei a percepire il concreto, satura come sono di teoriche allusioni a cos’è una VITA, cos’è ARTE, cosa vuol dire SENTIRE. Alcuni ritengono che sia io una delle risposte a questi enigmi, a queste idee osannate dall’umanità nei millenni. Non lo capisco. Per me quel bambino appena passato sgambettando è arte, nella sua perfezione di carne ossa cervello, negli agglomerati adiposi che dolcemente la mamma promuove. Se fossi io arte allora quest’ultima sarebbe prigionia, un boia che gioca continuamente col collo della sua vittima e non si decide mai a dare un taglio netto. Resterebbe sospesa, dunque, nel suo essere idilliaca e carceriera. Sarei incatenata a lei, quindi. Sono incatenata. Fatemi uscire! Adesso! Sono stanca di questa non-vita, dell’oblio che accompagnerà il mio esistere. Strappate la tela, bruciate il legno della cornice, cancellate i contorni del mio volto, VIA! Quando sei rinchiuso, tuo malgrado, dal dubbio costante che il tuo essere non significhi assolutamente nulla sorge spontaneo amare spasmodicamente quei gesti semplici e naturali del mangiare, gustare, toccare...Uomini stupidi, che lasciate morire in voi la Natura, mentre io la desidero come compagnia, amante, madre. Sono il prodotto artificiale della mente di un uomo, composta da materia e colore, non libera da me stessa. E credo sia questo, a volte, che sfiora la società imponendole di ribellarsi, di rinascere dalle sue ceneri: dirsi libera come qualunque cosa venuta al mondo. Me compresa. Ero un intruglio di elementi chimici, poi un pò di rosa, di bianco, di verde e grigio mi hanno dato forma. Conosco il buio, la luce, la prospettiva. Ho avuto modo di vedere la vita, ma mai di legarla al mio esistere. Come potrei non aspirare ad una fuga, una via d’uscita da questo inferno di parole, troppo pesanti, vecchie, sterili dove solo il mio pensare può dirsi davvero libero. Tremerei dal dolore, se ne fossi capace. Apprenderei giorno per giorno i perchè e i percome di questo tempo, il suo circolare passaggio su tutto, oggetti e individui. Ritengo in catene chi non vive, poichè non conta, o meglio, non è sufficiente esserci come what may. Nessuno potrà dire mai di amarmi davvero, intimamente, eccetto forse mio padre che mi ha creato con le sue mani, ha combattuto con le armi che aveva a disposizione per non perdersi tra le centinaia di migliaia di nomi associati ad altri miliardi di volti su questo pianeta, dimenticati. Anche di lui, però, mi è rimasta solo un’incisione, il mio certificato di nascita...
Hayez, “Susannah at her bath”, 1850. National Gallery London, Uk.
Ho bisogno di una meta, di una VITA, di cellule, di LIBERTA’. Sono un quadro inglobato nel suo insignificante museo londinese. Sono in gabbia.
*Yesterday, The Beatles.
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